Respiro leggero (racconto)

Era un respiro leggero. Costante, ma debole. Un respiro alimentato da macchine, flebo e farmaci. Era un respiro affannato, affievolito dalla fatica, appesantito dal dolore. Un dolore fisico, mentale, emotivo. La stanza continuava a essere desolante, carica di sconforto, non poteva suscitare neanche un po’ di speranza.

Un silenzio devastante interrotto solo da un filo di vita, da quell’ansimare, così meccanico, non più naturale, ma artificiale. Un respiro ovattato dalla maschera d’ossigeno. Provava fatica ad ogni rigonfiamento dei polmoni e i battiti cardiaci risuonavano come martellate. Adesso, però, lui era sdraiato sul letto in apparente tranquillità. Era ancora vivo. Quasi morto.

Il suo respiro era in bilico come un giocoliere sulla fune. La mente era in subbuglio, invasa dai residui di rumori assordanti, avvenuti tempo prima, ma che ancora riecheggiavano contro le pareti della memoria. Anche lo spirito era instabile, proprio come due pesi di diverse misure sulla bilancia, e aveva incassato duri traumi finché alla fine non ha retto. Lo shock è stato un meccanismo di autodifesa: aveva perso i sensi per collassare sul momento. Perdere tutto in poco tempo fa sempre abbastanza male. Vedere una persona morire davanti ai tuoi occhi ti lacera l’anima. Il sangue sulle mani, il respiro affannoso precedente alla morte, le sue ultime parole. Parole che erano rimaste scolpite nella mente di un sopravvissuto che, in questo momento, sta lottando per superare il dolore. Un confine invalicabile come la parete rocciosa di una montagna durante una tormenta. Poteva a malapena muovere le dita, ma gli occhi rimanevano chiusi, si rifiutavano di osservare una realtà insostenibile, di non accettare l’assenza di chi aveva appena perso, della persona che aveva cercato di salvare in tutti i modi senza riuscirci. Potrà ancora ricordarsi poche cose di lei: il suo sorriso, soprattutto quello con cui è spirata; lo sguardo fisso su di lui, lo stesso con cui lo aveva incantato al primo incontro e, infine, la sua voce, che cercava e che cerca tutt’ora di conservarla intatta e nitida nella sua testa, per ascoltarla all’infinito come un disco incantato. Prima o poi, però, si sarebbe spenta come un giradischi ancora accesso, anche dopo la fine di una canzone.

E di nuovo era tornato il silenzio ad assordarlo. Di nuovo si sentiva ogni suo respiro leggero. Leggero come le ferite sotto antidolorifici. Come l’immagine di lei che, fino a qualche momento prima, aveva stretto forte un lembo di lenzuolo bianco. Quella stessa mano che, adesso, cominciava pian piano a mollare la presa fino a rilassarsi, distendendosi del tutto.

Persino l’attesa del risveglio era diventata più lieve, anche perché nessuno aveva ancora sentito il suo dolore. Lo avrebbero scoperto solo riaprendo gli occhi…sempre se fosse mai accaduto.

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Rimetti a noi i nostri debiti, Antonio Morabito (2018)

 

Fonte: ondacinema.it

Rimetti a noi i nostri debiti

Diretto da Antonio Morabito e sceneggiato dallo stesso regista assieme ad Amedeo Pagani (gli stessi de Il venditore di medicine, 2013), Rimetti a noi i nostri debiti è il primo film italiano ad essere distribuito esclusivamente sulla piattaforma digitale Netflix.
Guido Rabaglia (Claudio Santamaria) è un ex tecnico informatico che, ritrovatosi disoccupato a seguito del fallimento dell’azienda in cui lavorava, si adatta a fare il magazziniere, finché però non viene licenziato. Con un debito ancora pendente presso la banca e in arretrato con l’affitto, Guido cerca di risolvere i problemi tra whisky e amicizia col vicino di casa, un professore vedovo (Jerzy Stuhr) che tenta di spiegare a Guido attraverso il biliardo le proprie teorie complottiste politico-economiche, e secondo il quale “per vivere all’interno di un sistema bisogna innanzitutto avere un po’ di sistema dentro”.
Una sera Guido viene picchiato da un creditore e gli viene un’idea: farsi assumere dalla finanziaria e lavorare gratuitamente finché il debito non sarà estinto.
Una volta assunto, il protagonista viene preso sotto l’ala di Franco Zegni (Marco Giallini), professionista nella riscossione dei debiti insoluti con le banche, per apprenderne i segreti del mestiere. Così Guido viene proiettato in un lavoro aspro e duro (nonché disumano), dove l’insolvente di turno viene umiliato in pubblico e all’occorrenza malmenato di notte.
Trasformandosi da perseguitato a persecutore, Guido inizia ad abbracciare l’ebbrezza di quel nuovo potere, influenzato dall’ascendente mefistofelico di Franco, che nei suoi confronti si rapporta da mentore e da amico. Tuttavia, nel protagonista nasce una crisi di coscienza che lo porterà a riflettere dolorosamente su cosa sia ormai diventato.
Santamaria conferma il proprio spessore recitativo nei panni dell’uomo spento e sconfortato, qualità presenti in altri suoi ruoli come in Lo chiamavano Jeeg Robot (Gabriele Mainetti, 2016), mentre Giallini usa il cinismo e la sottile ironia, già visti in ACAB – All Cops Are Bastards (Stefano Sollima, 2012) o nella serie tv Rocco Schiavone (Michele Soavi, 2016-in corso).
Una commedia drammatica scritta con toni talvolta comici, altri caustici, connotata da atmosfere cupe ma anche da una vena malinconica. Costruito esteticamente dalla fotografia di Duccio Cimatti e dalla scenografia di Marcello Di Carlo, il film è una riflessione dello spaccato socio – economico odierno, dove la crisi mette in ginocchio disoccupati e lavoratori precari, sempre più indebitati con le banche. Insolventi vessati spietatamente da finanzieri come Guido, che ha vissuto un’analoga precarietà, o come Franco, indifferente agli altrui problemi, ma almeno sufficientemente afflitto dai sensi di colpa da cercare conforto attraverso la Confessione.
In conclusione, è una lettura amara su di un dramma di tragica attualità, con personaggi dotati di grande realismo nei quali per molti spettatori non sarà, purtroppo, difficile neanche il riconoscersi.

L’uomo che uccise Don Chisciotte (The Man Who Killed Don Quixote, Terry Gilliam, 2018)

L’uomo che uccise Don Chisciotte (The Man Who Killed Don Quixote, UK/ESP, 2018) di Terry Gilliam.
Soggetto: liberamente ispirato al Don Chisciotte di Miguel de Cervantes. Sceneggiatura: Tony Grisoni, Terry Gilliam. Fotografia: Nicola Pecorini. Montaggio: Lesley Walker, Teresa Font. Scenografia: Benjamín Fernández. Interpreti: Adam Driver (Toby Grisoni), Jonathan Pryce (Javier “Don Chisciotte”), Joana Ribeiro (Angelica), Stellan Skarsgård (il capo), Olga Kurylenko (Jacqui), Jason Watkins (Rupert), Óscar Jaenada (gitano), Jordi Mollà (Alexei Miiskin), Paloma Bloyd (Melissa), Eva Basteiro-Bertoli (Dorothea). Casa di Produzione: Alacran Pictures, Amazon Studios, Entre Chien et Loup, Eurimages, Movistar, Proximus TV, RPC, TVE, Tornasol Films, Akbar Filmes, Wallimage. Durata: 132 min.

Toby Grisoni, affermato regista pubblicitario cinico e superficiale, sta girando un film su Don Chisciotte, cosa che comporterebbe il suo ingresso nel mondo del vero cinema. Scopre per caso da un venditore ambulante una copia di un suo vecchio lavoro intitolato L’uomo che uccise Don Chisciotte. Il successivo casuale incontro con Javier, umile calzolaio a suo tempo prescelto per interpretare Don Chisciotte – ma patologicamente ancora convinto di esserlo – lo porterà a vivere una serie di strampalate vicissitudini al suo fianco nei panni lui del fidato scudiero Sancho Panza.
Realizzato e distribuito dopo quasi venti anni dall’inizio della produzione nel 1998 con Jean Rochefort (Don Chisciotte) e Johnny Depp (Toby) finita come materiale per il documentario Lost in La Mancha (2002), in pratica è il più significativo esempio di development hell del cinema. Resta del tutto evidente come L’uomo che uccise Don Chisciotte sia una pellicola fortemente e strenuamente voluta, in tutta sintonia con il carattere di Gilliam e finanche del cavaliere dalla triste figura. Non è solamente la rivisitazione di un classico della letteratura, bensì un complesso gioco di sovrapposizione percettiva tra presente e passato, un funambolismo tra realtà e immaginazione.
Vediamo Adam Driver, già noto per la nuova trilogia di Star Wars, La truffa dei Logan di Steven Soderbergh (2017) e BlackkKlansman di Spike Lee (2018), che dimostra di saper rivestire svariati ruoli: se in un primo momento è un realista regista pubblicitario ansioso solo di emergere nel cinema, nell’altro si rivela essere un aspirante allievo alle prime armi, entusiasta e dotato d’inventiva, per finire ad essere un improvvisato ma convincente sbandato scudiero. Tante sfaccettature di un solo artista – personaggio che, al pari dello stesso spettatore, prima guarda allo scorrimento degli eventi con uno sguardo freddo e scettico, ma subito dopo se ne meraviglia e innamora. E lo spirito folle, coraggioso e sognatore di Don Chisciotte è ben interpretato da Jonathan Pryce (tra tanti film, Hysteria e Woman in Gold), che ben riesce a portare nella finzione scenica un uomo umile e privo di abilità particolari, ma sempre alla ricerca di grandi avventure, reali o ingannevoli che siano. Questo viaggio intende aprire gli occhi allo spettatore su una grande verità: il codice cavalleresco – anche se forse non più attuale nella nostra società indifferente – non per questo deve morire, anzi vale la pena di essere trasmesso come un’eredità.
E per farlo, come canta Guccini, “c’è bisogno soprattutto d’uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto“.

Re della terra selvaggia (Beasts of Southern Wild, Behn Zeitlin, 2012)

Prove di coraggio e indipendenza nel passaggio dall’infanzia all’età adulta

 

Fonte: spettacoli.blogosfere.it

In questo film, testimone dell’esordio di Behn Zeitlin, viene mostrata la povertà ed il degrado di una piccola comunità situata in una foresta della California, chiamata dai suoi abitanti <<Bathtube>>. Viene focalizzata l’attenzione su una famiglia composta solamente da una bambina, di nome Hushpuppy, e da suo padre, Wink Doucet. L’insegnamento impartito a sua figlia verte sulla sopravvivenza, sul desiderio d’indipendenza e sul valore della libertà. Il loro è un rapporto complicato, destinato a peggiorare nel momento in cui si scopre che il padre è gravemente malato. Sarà questione di tempo prima che Hushpuppy possa diventare il “re della terra selvaggia”, un individuo che non teme niente tantomeno gli “Uro”, grandi bovini europei simili ai bisonti odierni. La natura del luogo circostante viene messa a dura prova dalle prime avvisaglie dell’arrivo dell’uragano (probabilmente si fa riferimento all’uragano Katrina), che rischia di sconvolgere l’intero equilibrio ecologico della zona, impossibilitando la pesca o l’approvvigionamento del cibo. Qui il disastro naturale si presenta come fenomeno distruttore in grado di cambiare radicalmente un “piccolo grande mondo”. Un mondo del tutto nuovo ai nostri occhi dove l’uomo vive in completa armonia con la natura selvaggia, rivelandone l’immenso divario dalla civiltà modernizzata e permeando dunque la trasformazione da microcosmo a macrocosmo. Il tutto mentre in gioco c’è la transizione dall’infanzia all’età adulta.

 

The Detachment – Il distacco, Tony Kaye (2011)

“And never have I felt so deeply at one and the same time so detached from myself and so present in the world” – Albert Camus.

Traduzione: “Non mi sono mai sentito così profondamente distaccato da me e così attaccato al mondo nello stesso momento”. 

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Fonte: Movieplayer.it

Il professore di lettere Henry Barthes (Adrien Brody) in qualità di supplente viene trasferito in una nuova scuola all’interno della quale nota con sua grande sorpresa il “grande distacco” (da qui il titolo) tra studenti e professori, distacco che si ripresenta tra gli stessi studenti e i loro genitori nell’ambiente domestico.
Questi adolescenti esprimono violenza ed ostilità verso i professori dell’istituto mentre rimangono schiacciati e soffocati dall’insufficienza e dalla crudeltà dei loro genitori nell’ambiente domestico, finendo così per venir risucchiati nell’emarginazione sociale.

Questo distacco non è altro che il cancro di una società contemporanea in cui i genitori non conoscono più il senso della vita, i giovani sono privi di qualsiasi guida o punto di riferimento che i professori non sono ormai più in grado di offrire non possedendo più la capacità di guidare le fragili menti degli studenti verso un futuro migliore. Dopo il suo ingresso nella scuola, Henry Barthes comincia ad interessarsi dei problemi legati all’interazione tra studenti – professori, prendendo soprattutto a cuore il caso di una ragazza, Meredith, dotata di un grande talento fotografico, la quale viene continuamente schernita dai suoi compagni e da suo padre per la sua obesità. Ella riesce addirittura a ritrarre il supplente come una non-persona, una specie di “manichino” vivente senza volto all’interno di una classe vuota. Qui pare rivelarsi un incredibile e notevole rimando all’arte Metafisica.

Henry è testimone di questo fenomeno e, così, cerca di insegnare la sua materia nella sua classe con coscienza e consapevolezza con il preciso obiettivo di trasmettere l’importanza del rispetto reciproco tra studenti e professori, cercando di colmare il distacco. Nell’ambiente scolastico si ritrova a conoscere e osservare alcuni insegnanti e a notare, tra gli altri, l’impotenza della psicologa dell’istituto Doris Parker (Lucy Liu), la quale viene continuamente bistrattata dagli studenti durante i suoi colloqui: sulle prime la professoressa mostra un atteggiamento di sottomissione abbandonandosi poco dopo ad un grande sfogo di rabbia. Ancora il caso del professor Charles Seaboldt (James Caan): un uomo di spiccata sensibilità, onestà e senso dell’umorismo, utilizzato da lui come arma fondamentale di reazione verbale, ovviamente pacifica, alla rabbia ed alla superbia degli studenti. E, infine, l’assoluta assenza di notorietà del professor Wiatt (Tim Blake Nelson), il quale viene costantemente ignorato sia dai suoi studenti che dalla sua famiglia. Henry non solo manifesta sin dall’inizio del film un’enorme fragilità interiore dovuta alla sua tormentata infanzia, ma rivela anche altre qualità come la solidarietà e la compassione, specialmente nel momento in cui incontra una giovane prostituta di nome Erica (Sami Gayle) e decide di ospitarla a casa sua, prendendosi cura di lei. Tuttavia, in seguito ad un imprinting scaturito dalla giovane stessa, temendo che lei non riesca a maturare un senso di indipendenza e forza di volontà nel saper sistemare la sua vita, decide a malincuore di farla trasferire in un centro di giovani con problemi sociali.

Il regista ha dimostrato chiaramente il suo ingegno nell’abilità di frapporre alla narrazione principale le riflessioni ed i piccoli, e più volte ripresentati, monologhi del protagonista, dandoci così l’impressione che egli si confidi con un’altra persona. Il film mostra nella sua complessità un’atmosfera pregna di depressione in grado di contagiare persino gli spettatori più scettici ed insensibili. Inoltre, qui prevalgono drammaticità, tristezza e rammarico: questo totale miscuglio di sentimenti bui viene rafforzato dal brillante doppiaggio di Simone D’Andrea, il quale prestando la sua voce all’attore protagonista Adrien Brody, gli conferisce umanità, fragilità psicologica ed emotiva e bontà d’animo.

Infine, la letteratura riesce a dare il suo contributo nell’opera cinematografica di Tony Kaye sia all’inizio con la frase d’apertura del filosofo Camus sia con il concetto di non – persona nel quale il protagonista si identifica alla fine durante la lettura del pezzo finale, tratto dal libro “La casa degli Usher” del giallista Edgar Allan Poe, in cui così come viene descritta la casa vuota degli Usher anche la classe nella quale si trova c’è la stessa atmosfera di desolazione e silenzio.

Will Hunting, Gus Van Sant (Good Will Hunting, 1997)

“Avrai dei momenti difficili ma ti faranno apprezzare le cose belle alle quali non prestavi attenzione”

Locandina del film. Fonte: moviepostershop.com

 

Il coraggio di affrontare la propria vita, assaporandone le gioie e subendone i dolori, anche a costo di soffrire parecchio piuttosto che avere dei rimpianti: ecco qual’ è il messaggio del film.

Uno psicologo vedovo, Sean McGuire (Robin Williams), esprime questo stesso messaggio al suo paziente, unico nel suo genere, Will Hunting (Matt Damon), un ragazzo dotato di un grande intelletto soprattutto nella matematica nonché dal complicato carattere. Will, tra risse in strada, libri a tonnellate, uscite con il suo gruppo di amici tra cui Chuckie, il suo migliore amico (Ben Affleck), e problemi di matematica da risolvere, è costretto alla fine a vedere, appunto, lo stesso Sean per diverse sedute. I due hanno caratteri diversi, ma una stessa infanzia, vissuta tra abusi e maltrattamenti perpetrati dai loro padri.

Cosa può spingere finalmente una persona a mettersi in gioco? È un quesito che ci pone il regista attraverso la scena del parco, dove viene rivelata l’avventurosa, romantica e drammatica esistenza di Sean, ed il discorso dello psicologo di non essere rammaricato rivolto ad un arrogante, pauroso ed immaturo adolescente Will, che faticherà a capire come vivere degnamente la sua vita ed a mettersi in gioco come nella scelta di un lavoro e nel rapporto amoroso con una ragazza, Skylar (Minnie Driver), conosciuta dopo una rissa. Il film ci insegna a rischiare, a giocare le proprie carte, ma soprattutto a non avere alcun rimpianto. E Sean è la prova tangibile di una vita vissuta a pieno.

The Truman Show, Peter Weir (1998)

Se non dovessi rivedervi: buongiorno, buonasera e buonanotte”

Truman Burbank. Fonte: fanart.tv

Cosa succederebbe se la nostra vita fosse soltanto una fiction, che ci vede come unici protagonisti di un mondo apparentemente reale, dove le persone intorno a noi non sono altro che attori professionisti o comparse?

Questo è il caso di Truman Burbank (Jim Carrey), trent’enne residente nella sua città natale, Seaheaven, sposato felicemente, dall’animo socievole e di professione fa l’assicuratore. “Buongiorno e se non dovessi rivedervi: buon pomeriggio, buonasera e buonanotte” – dice ogni mattina Truman, quando saluta i suoi vicini di casa.
Per tutti questi anni gli è stata nascosta questa dura realtà e lui ha trascorso un’esistenza fittizia, che lui, però ha creduto essere vera. Ogni persona è una semplice comparsa oppure un attore funzionale alla soap, persino sua moglie Marylin, sua madre e il suo migliore amico, Marlon. Tuttavia, appena scopre la verità soprattutto grazie ad una ex – attrice nonché unica persona “reale” di nome Sylvia (Natascha McElhone), tenta in tutti i modi di evadere da quella “prigione sociale”.

Il confine tra realtà e finzione si fa sempre più impercettibile a causa dell’immenso potere dei mass media. La vita del singolo individuo viene “manipolata” costantemente dal tubo catodico (in questo caso dal regista Christoph, interpretato da Ed Harris) e, soprattutto, diventa più forte l’aspirazione dell’uomo alla libertà, alla verità, alla “vera esistenza”.

Il protagonista non è più soltanto una star della fiction, ma anche una cavia, un prigioniero che viene sorvegliato senza tregua da telecamere e altri aggeggi elettronici. Lo studio televisivo è addirittura in grado di provocare fenomeni atmosferici e naturali come pioggia, bel tempo, tramonto del sole, alba, tempesta ecc… Il regista della serie non è una persona che si è limitata a dare vita ad uno show in diretta, ma ha creato un intero mondo, al di fuori del quale c’è la pura realtà.

Questo film ci permette di riflettere, seppur brevemente, alla trasmissione odierna Grande Fratello quale realizzazione concreta di un particolare desiderio nonché impressionante disturbo: il voyeurismo, ovvero la tendenza a comportarsi come guardoni o spie. Anche La finestra sul cortile di Hitchcock è uno specchio, però in chiave giallistica e noir, del piacere morboso di osservare le altre persone a loro insaputa, provando persino divertimento.

Molti altri sono i film che potremmo prendere in considerazione al fine di approfondire meglio il contrasto tra finzione e realtà; la manipolazione della realtà, la quale è il puro esperimento di un creatore esterno, che le fornisce di regole, usi e costumi e, infine, l’assiduo controllo di ogni individuo tramite un sistema elettronico di sorveglianza.

 

Brian Vannacci